Le leggi razziali nel calcio italiano

Le leggi razziali nel calcio italiano

Allenatori che con le loro intuizioni fulminanti lasciarono una traccia destinata a durare nel tempo, rivoluzionando schemi e impostazioni di gioco. Presidenti di società che, consapevoli del loro ruolo pubblico, non si accontentarono di vedere in questo sport un'occasione di profitto ma lavorarono piuttosto per il bene comune, favorendo partecipazione e socialità. Osannati dalle folle, veri eroi popolari fin quando il regime, al pari dei loro correligionari, non li mise ai margini. E allora per molti di loro arrivò una spietata indifferenza. 

Il segno ebraico nella storia del calcio italiano è piuttosto significativo, ma in genere anche poco approfondito. Un parziale oblio che è ancora oggi il prodotto della sistematica opera di cancellazione esercitata dal fascismo a partire dal 1938, l'anno dell'introduzione delle Leggi razziali

Troppo imbarazzante, per quel regime che proprio sul calcio costruì un perno della sua propaganda, dar conto del fatto che, a far grande la Serie A, e indirettamente la Nazionale di Vittorio Pozzo che trionfò ai Mondiali del '34 e del '38 oltre che ai Giochi olimpici berlinesi del '36, erano stati alcuni illuminati figli della Mitteleuropa, esponenti di una borghesia ebraica che sapeva dire il fatto suo non solo nell'alta cultura, ma anche nel più proletario pallone. 

Su tutte spicca la figura di Árpád Weisz, il grande allenatore magiaro che alla guida di Inter e Bologna aveva conquistato tre scudetti e che nel '38 fu messo senza troppi discorsi alla porta. Una vicenda che in pochi anni si sarebbe conclusa con l'arresto in Olanda, dove era riparato e doveva aveva continuato a fare l'allenatore, e con la deportazione in lager senza ritorno. Vicenda emblematica eppure a lungo dimenticata, riscoperta solo grazie alla passione e all'accurato lavoro di inchiesta del giornalista Matteo Marani, autore nel 2007 del libro Dallo scudetto ad Auschwitz

Ricordare la sua drammatica fine è anche l'occasione per ricordare quale impatto ebbero le sue idee tattiche, assolutamente innovative per l'epoca, raccolte in quello scrigno di sapienza etico-sportiva che è il manuale Il giuoco del calcio, scritto con Aldo Molinari. Un testo pionieristico ma che, per i molteplici spunti che offre, continua ad essere motivo di ispirazione per chi si approccia a questa disciplina. 

Ma Árpád non fu il solo tra gli "allenatori danubiani", così con disprezzo li etichettò il regime, contro cui si accanì il fascismo. In questo 2019 caratterizzato dai 70 anni dalla tragedia di Superga in cui svanì il Grande Torino, il pensiero non può non andare ad Ernő Egri Erbstein, che di quella invincibile squadra fu la guida. 

Come Weisz, anche Erbstein paga nel '38 la sua origine ebraica. È già accasato alla squadra granata quando lo raggiungono i provvedimenti antiebraici, che hanno l'effetto inevitabile di allontanarlo dalla panchina. Ma il legame con il Torino resta forte, grazie all'umanità del suo presidente Ferruccio Novo che con Erbstein coltiva una relazione intensa, malgrado la distanza tra l'Italia e la natia Ungheria dove era tornato, anche negli anni della guerra e delle persecuzioni. E così, ripristinato il corso democratico della vita, i due si rincontrano e in riva al Po si riforma, fino al drammatico epilogo di Superga, un sodalizio vincente. 

Weisz ed Erbstein rappresentano il non plus ultra della mentalità vincente applicata al calcio Anni Trenta e Quaranta. Ma non solo contro di loro si accanì il regime. 

Sono almeno altri tre infatti i protagonisti a livello manageriale e presidenziale di un certo livello che si cercò di cancellare. Il primo, andando in ordine cronologico, fu un sobrio e morigerato professore astigiano, insegnante all'istituto tecnico Leardi di Casale Monferrato, che un giorno d'autunno del lontano 1909 rimase letteralmente folgorato da quel nuovo gioco, orgoglio dei Maestri inglesi, da poco importato nel resto d'Europa. Passeggia per le rive del Po e alcuni suoi studenti lo trascinano verso un campo spelacchiato, dove ragazzi del Leardi di sfidano al football. Raffaele Jaffe è come rapito, la sua vita cambia in quell'istante. E così, nel giro di poco tempo, convoca gli alunni in assemblea: Casale, annuncia, avrà una squadra di calcio con tutti i requisiti. E non dovrà solo farsi valere sul campo, ma conquistare in tempi rapidi uno scudetto. Una impresa che appare assurda anche in quel calcio dilettantistico, ma che invece arriverà a compimento alla fine della stagione 1913-14. Jaffe, fondatore e primo presidente del Casale, ne è il principale artefice. Ma questo interessa assai poco ai militi fascisti che nel '44 lo arrestano, garantendogli un viaggio di sola andata prima a Fossoli e poi ad Auschwitz. È l'epilogo a cinque anni e mezzo di rifiuto e disprezzo. Nel '38 le Leggi razziali lo avevano infatti raggiunto in un'altra scuola di Casale, il Lanza, di cui era diventato preside. Fu allontanato seduta stante.

Altro presidente cancellato dal fascismo fu Giorgio Ascarelli, fondatore nel 1926 del Napoli. Nel suo caso, essendo mancato nel 1930, la rimozione fu postuma. Nel '38 il suo nome fu sradicato dalla facciata dello stadio partenopeo fatto realizzare a proprie spese, sede tra l'altro della finale per il terzo posto tra Germania e Austria ai Mondiali del '34: gli stato intitolato a furor di popolo dopo la morte, sopraggiunta ad appena 36 anni di età. Imprenditore facoltoso, Ascarelli fu anche un filantropo. Nella sua impresa tessile in pieno centro, con centinaia di dipendenti a carico, introdusse sistemi di welfare innovativi, fece studiare a proprie spese i figli di lavoratori meno abbienti, si prodigò in molte altre iniziative volte ad aiutare il prossimo. Ma nel '38 il padre del Napoli, che aveva fondato per contrastare lo strapotere delle squadre del Nord, doveva essere dimenticato. E così per lungo tempo è stato. 

Ad essere cancellato dal regime anche il nome di Renato Sacerdoti, tra i fondatori della Roma nel giugno del 1927 e suo secondo presidente più longevo di sempre. Diversamente da Ascarelli, che ebbe simpatie socialiste, il "sor Renato" andò decisamente più a nozze con il regime e ne fu, almeno fino al '38, un acceso sostenitore. Ma questo (come una precedente conversione al cristianesimo, al pari di Jaffe compiuta nel '37) risultò del tutto ininfluente. Il suo nome fu infatti speso su molti giornali per legittimare l'entrata in vigore delle leggi razziali. Sacerdoti, l'accusa del regime, era ritenuto a capo di un gruppo di loschi figuri dediti all'esportazione illecita di valuta: arrestato e imprigionato, fu condannato a cinque anni di confino e dopo l'8 settembre del '43, da poco tornato a Roma, per sfuggire alle persecuzioni dovette nascondersi in un convento. 

Salvatosi in circostanze fortunose, già dall'immediato dopoguerra si adoperò per riprendere il controllo della "Magica", che aveva già guidato dal '28 al '35. Anni in cui aveva regalato all'esigente pubblico romanista il teatro mitico di Campo Testaccio, dove la Roma di Sacerdoti arrivò persino a battere la Juventus con un 5 a 0 passato alla storia. La sua, anche in quel senso, fu una vicenda a lieto fine. Tornò infatti alla presidenza per altri sette anni, dal '51 al '58, portando tra gli altri nella Capitale un campionissimo come l'uruguagio Alcides Ghiggia. Poi un giorno, stufo del clima ribollente e delle frustrazioni della piazza per uno scudetto che non arrivava, la decisione improvvisa di gettare la spugna. 

Napoli e Roma, due grandi protagoniste ancora in lizza ad alti livelli. Il Casale, oggi club modesto, ma vincitore dell'ultimo simbolico scudetto prima della Grande Guerra. Un pezzo del nostro calcio inevitabilmente legato alle tormentate vicende del secolo breve e alle sorti della minoranza ebraica a cavallo delle due guerre mondiali, fra partecipazione allo sviluppo del paese e tradimento istituzionale sancito da leggi infami. Una prospettiva diversa per ragionare di Memoria. 

 

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