Conoscere la Shoah

LA RESISTENZA EBRAICA IN ITALIA

LA RESISTENZA EBRAICA IN ITALIA

I PARTIGIANI EBREI

Grande fu il contributo che gli ebrei italiani dettero alla Resistenza: oltre mille si unirono come combattenti alle formazioni partigiane. Numerosi furono anche i dirigenti del Comitato di Liberazione Nazionale, tra i quali Umberto Terracini ed Emilio Sereni per il Partito Comunista e Leo Valiani per il Partito D'Azione. Per tutto il periodo della Guerra di Liberazione non vennero mai create unità partigiane esclusivamente ebraiche: chi combattè lo fece nelle formazioni antifasciste nazionali, all'interno delle quali venne di fatto ripristinato quel "patto di cittadinanza" infranto dalle leggi razziste del 1938.

Molti di questi partigiani morirono in combattimento, tanti furono arrestati e poi uccisi nelle esecuzioni sommarie. Altri ancora furono incarcerati o deportati come prigionieri politici. La scelta partigiana per gli ebrei comportava però un ulteriore rischio: chi veniva catturato, se riconosciuto come tale, seguiva la sorte degli altri appartenti alla "razza ebraica" nei campi di sterminio nazista. Come avvenne per Primo Levi e per due giovani donne ebree, Luciana Nissim e Vanda Maestro. I tre erano amici e insieme decisero di unirsi a un gruppo partigiano in Val d'Aosta. Furono arrestati dalle milizie fasciste nel dicembre del '43. Tutti e tre verranno deportati ad Auschwitz nel febbraio del '44. Primo Levi e Luciana Nissim sopravvissero alla Shoah. Vanda Maestro morirà nelle camere a gas.

Se la storia di Primo Levi è ampiamente conosciuta, per anni quelle dei tanti altri partigiani ebrei caddero nell'oblio, salvo essere poi essere recuperate grazie al meritorio lavoro degli storici e delle associazioni più attente alla trasmissione della memoria.

Tra questi un posto unico nel ricordo della Resistenza lo occupa Franco Cesana, il più giovane partigiano morto in combattimento. Prima la discriminazione subita a causa delle leggi razziali e poi la persecuzione nazifascista fecero maturare in lui l'urgenza di partecipare attivamente alla lotta contro l'oppressione: aveva solo 12 anni quando, di nascosto dalla madre, raggiunse il fratello maggiore già inquadrato in una formazione partigiana nelle montagne dell'Appennino modenese. Riuscì a convincere il comandante a tenerlo con loro, nonostante la giovanissima età. Fu utilizzato come "staffetta" e prese parte anche a diversi scontri a fuoco con i nazifascisti. In uno di questi fu ucciso, sotto gli occhi del fratello, una settimana prima del suo tredicesimo compleanno.

Emanuele Artom, ebreo torinese, era invece un giovane storico. Il rifiuto di iscriversi al Partito Fascista, prima, e le leggi razziali, poi, gli impedirono di coronare il suo sogno, quello dell'insegnamento. Con l'occupazione nazista, nonostante gli venisse offerta la possibilità di fuga verso la Svizzera, scelse di restare in Italia e di prendere parte alla Resistenza, ricoprendo importanti incarichi per il Partito d'Azione tra le formazioni presenti sulle montagne piemontesi. Fu arrestato dalle milizie fasciste nel corso di un rastrellamento e un informatore lo denunciò come ebreo. Fu allora preso in consegna dai nazisti. Venne ripetutamente torturato per estorcergli informazioni, ma non tradì mai i suoi compagni. Morì a causa delle sevizie. Il suo corpo, seppellito lungo le rive del torrente Sangone alla periferia di Torino, non è mai stato ritrovato.

Dei tanti ebrei romani che presero parte alla Resistenza, vogliamo ricordare la figura di Elena Di Porto. Una donna eccezionalmente coraggiosa, con un temperamento che la portava a distaccarsi nettamente dai canoni femminili dell'epoca. Nel 1938, poco dopo l'introduzione delle leggi razziali, fu arrestata per essere intervenuta in difesa di un vecchio aggredito dai fascisti perché stava comprando una copia dell'Osservatore Romano, il quotidiano cattolico che, unico in Italia, pubblicava notizie non manipolate dal regime. Mise in fuga i fascisti con schiaffi e pugni, ma venne poi fermata e mandata al confino politico. Tornò a Roma nell'estate del '43, dove si adoperò attivamente nell'attività antifascista e prese parte ai combattimenti della Cecchignola e di Porta San Paolo per cercare di impedire l'entrata delle truppe naziste nella Capitale. Il 16 ottobre riuscì a sfuggire al rastrellamento degli ebrei, ma venuta a sapere della deportazione della sorella e dei nipoti, si consegnò spontaneamente alle SS per non lasciarli soli, forse con la speranza di poterli aiutare. Elena Di Porto morì nel campo di sterminio di Auschwitz.

LA DELASEM

Nella storia della Resistenza italiana un ruolo unico fu quello svolto dalla DELASEM (Delegazione per l'assistenza agli emigranti ebrei). Nata nel 1939 con l'autorizzazione del governo fascista, si occupò inizialmente dell'assistenza agli ebrei stranieri presenti in Italia per favorirne l'emigrazione.
Inizialmente furono infatti questi i più colpiti dalla promulgazione delle leggi razziste: moltissimi si trovarono presto privi dei più basilari mezzi di sostentamento e, dall'entrata in guerra dell'Italia, vennero poi rinchiusi nei campi di concentramento presenti nel paese. Con l'occupazione nazista del Centro-Nord Italia, la DELASEM dovette occuparsi del soccorso a tutti gli ebrei presenti in Italia per cercare di salvare più vite possibili dai rastrellamenti e dalle deportazioni. Migliaia di persone, grazie alla DELASEM, riuscirono a emigrare verso i paesi rimasti neutrali nel conflitto o furono aiutati a nascondersi, sopravvivendo allo stermino nazifascista.

La DELASEM era un'organizzazione ebraica a tutti gli effetti e, come tale, dovette passare all'azione clandestina in tutte le zone sottoposte all'occupazione nazista e al controllo della Repubblica Sociale. I due centri logistici principali furono Genova e Roma, e qui i responsabili dell'organizzazione presero contatti con uomini di Chiesa ed esponenti dei gruppi partigiani: il loro aiuto fu fondamentale per azioni di salvataggio che poterono contare anche sulla collaborazione di tanti semplici cittadini.

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, il compito principale dell'organizzazione divenne quello di assistere i superstiti dei campi di sterminio e i tanti bambini rimasti orfani, oltre a quello di cercare di riunire le famiglie che si erano spesso separate per sopravvivere nascoste.

LA BRIGATA EBRAICA

La Resistenza e lo sforzo bellico degli Alleati furono entrambi fondamentali per la liberazione dell'Italia dal nazifascismo: la celebrazione della guerra partigiana non può quindi prescindere dal ricordo dei soldati che morirono tra il 1943 e il 1945 nei combattimenti contro le truppe naziste e fasciste.

Nelle forze alleate combatterono anche migliaia di giovani volontari ebrei provenienti dalla Palestina del mandato britannico, tanti dei quali, inquadrati nella Brigata Ebraica, presero parte alle azioni in Italia. Moltissimi di questi erano emigrati dall'Europa quando il crescente antisemitismo di stampo fascista e nazista, troppo spesso accettato silenziosamente dalle masse di cittadini, aveva loro reso chiara l'impossibilità di rimanere nei paesi nei quali erano nati. Non ebbero però alcun dubbio sulla necessità di tornare per liberare quegli stessi Stati che li avevano discriminati e nei quali, adesso, gli ebrei rimasti venivano perseguitati e sterminati. Tra di loro vi erano anche ebrei italiani.

Uno di questi era Enzo Sereni. Fratello del dirigente comunista Emilio Sereni, Enzo aderì invece giovanissimo al sionismo socialista ed emigrò in Palestina nel 1926. Mantenne sempre forti legami con l'Italia e fu uno dei più strenui sostenitori della necessità di creare una forza militare ebraica che contribuisse alla guerra contro il Terzo Reich. Fu catturato dai nazifascisti nel corso di un'azione militare e deportato a Dachau, dove morì.

Un altro ebreo italiano che si unì alla Brigata Ebraica fu Vittorio Dan Segre. Dopo la promulgazione delle leggi razziali, emigrò in Palestina all'età di 17 anni. Nel 1941 si arruolò nell'esercito britannico e nel 1944 fu in Italia con la Brigata Ebraica. Dopo la guerra divenne un famoso e stimato giornalista, oltre che docente universitario e diplomatico.

Il ruolo militare di questa formazione fu fondamentale per la liberazione di città e paesi della provincia di Ravenna. E' qui che la memoria di quegli eventi è più forte e la città di Ravenna ha voluto dedicare una strada alla Brigata Ebraica, mentre una lapide ne ricorda i 45 caduti in quei combattimenti.

Per gli ebrei sopravvissuti alla Shoah, la presenza di un gruppo ebraico organizzato fu fondamentale per affrontare i drammatici momenti successivi alla Liberazione. Famiglie distrutte, orfani, donne e uomini ancora terrorizzati ritrovarono la speranza nel futuro e furono materialmente aiutati da questi soldati. La Brigata, oltre al suo ruolo militare, si prodigò infatti per fornire aiuto immediato ai superstiti e si adoperò nel permettere alla vita ebraica in Italia di rinascere, contribuendo alla riapertura di scuole e luoghi associativi e di culto.

Nel 2018 la Repubblica Italiana ha conferito alla Brigata Ebraica la Medaglia d'oro al valor militare per il contributo dato alla Liberazione.

 

BIBLIOGRAFIA

- Emanuele Artom. Diari di un partigiano ebreo - a cura di Guri Schwarz - Bollati Boringhieri – 2008

- Voci della resistenza ebraica italiana. Mila Momigliano, Franco Momigliano, Ada Della Torre, Eugenio Gentili Tedeschi, Silvio Ortona, Annamaria Levi – Alessandra Chiappano – Le Château Edizioni – 2011

- Delasem. Storia della più grande organizzazione ebraica italiana di soccorso durante la seconda guerra mondiale - Sandro Antonini - De Ferrari – 2007

- La Brigata Ebraica. 1944-1946 - Luciano Meir Caro, Romano Rossi - Bacchilega Editore - 2017

VIDEO

- Sorgente di Vita – Il piccolo partigiano

- Sorgente di Vita – I ragazzi di via Artom

 

 

 

 

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