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La Strada di casa. Il ritorno in Italia dei sopravvissuti alla Shoah, di Elisa Guida.

La Strada di casa. Il ritorno in Italia dei sopravvissuti alla Shoah, di Elisa Guida.

Il tema del ritorno dai campi di sterminio è stato poco trattato dagli storici che si sono occupati della Shoah. Studiare quegli avvenimenti nel loro lungo corso significa, invece, ampliare la prospettiva su ciò che avvenne durante la Seconda guerra mondiale, proponendo percorsi di riflessione volti a comprendere le difficoltà del dopo: quando avvenne la liberazione dei lager, come tornarono i deportati a casa? Chi si occupò di loro? Furono lasciati soli? E ancora: con quali modalità avvenne il loro reinserimento nella società del dopoguerra? Quale fu il rapporto successivo con quell’esperienza drammatica, quando il resto della società decideva di andare avanti, magari rimuovendo quanto successo prima?

Tra i lavori emersi sul tema, uno dei più completi è stato realizzato dalla storica Elisa Guida. L’importanza del volume è sicuramente ascrivibile alla sua completezza di approcci, fonti e metodi di ricerca storiografica; Guida, infatti, è capace di intrecciare il racconto della grande storia con le vite dei protagonisti. Un approccio che si rivela particolarmente efficace da un punto di vista didattico: i docenti e gli studenti possono, ad esempio, trovare nel testo sia una ricostruzione storica generale, sia testimonianze dirette su quegli stessi avvenimenti. In questo senso, l’esperienza quotidiana e il vissuto umano possono essere letti dialetticamente all’interno delle decisioni politiche o dei flussi sociali ed economici, capendo come gli uni siano il riflesso degli altri e viceversa.

Il volume è diviso in due sezioni e ricalca il duplice approccio sopracitato. Nella prima parte – denominata Catture, deportazioni, rimpatri – viene raccontata “la storia dall’alto”, dove l’autrice si occupa “di guerra e di battaglie, di istituzioni politiche, militari e assistenziali”, ricostruendo il contesto storico di riferimento. In primo luogo, Elisa Guida affronta i percorsi attraverso cui gli italiani arrivarono nei campi di concentramento o di sterminio, raccontando le vicende militari dei prigionieri di guerra (come le catture in Africa o in Unione Sovietica) o le deportazioni politiche e razziali. In secondo luogo, si occupa della gestione del ritorno dei sopravvissuti dai campi di sterminio, soffermandosi in particolare sui campi di Dachau, Buchenwald, Mauthausen, dove si trovavano molti italiani alla fine della guerra. In questa prima parte l’autrice volge inoltre l’attenzione ai governi italiani coinvolti nella risoluzione del problema, indagando il ruolo svolto dalla Croce Rossa italiana (CRI) e dal Vaticano, in Italia e all’estero. Il racconto di questi avvenimenti non è secondario, ma serve a mostrare – ai lettori in generale, o agli studenti in particolare – la compartecipazione di vari enti al processo di recupero degli italiani reduci dai campi.

La seconda parte – denominata invece Tornare, mangiare, raccontare – è dedicata al racconto dei protagonisti di quelle vicende, proponendo una storia scritta dal basso. Nella stesura del volume, Elisa Guida ha raccolto infatti un cospicuo numero di interviste, attraverso le quali si ricostruiscono le problematiche quotidiane – la fame e le malattie, ma soprattutto la speranza di un ritorno breve e, di contro, l’angoscia del viaggio, in attesa di sapere cosa si sarebbe trovato a casa. Dalla lettura del volume si evince come ciò che successe dopo ebbe molteplici percorsi differenti. Da una parte Elisa Guida ricostruisce il destino dei prigionieri abili al lavoro, i quali si ritrovarono nella cosiddetta “marcia della morte”, tornando spesso ad essere prigionieri nei campi di Dachau, Buchenwald, Mauthausen fino al termine della guerra; altri, spesso malati, rimasero invece ad Auschwitz, vivendo prima la liberazione del campo da parte dei sovietici e poi il complesso ritorno dal campo polacco, come raccontato da Primo Levi ne La Tregua.

Inquadrando altresì il valore didattico del testo, l’ultimo capitolo sembra essere particolarmente efficace. Sempre attraverso l’uso delle testimonianze orali, Elisa Guida si sofferma sul “significato profondo, storico e morale del viaggio verso casa, un’esperienza che non rappresentò affatto la fine dell’offesa, ma piuttosto una tregua tra due guerre: quella che aveva sconvolto il mondo e volgeva al termine, e quella interiore affrontatati dai ‘salvati’ per tornare a loro stessi, che era appena incominciata”.

Sulla scia dell’esempio di Elisa Guida, l’uso delle fonti orali o addirittura la produzione di interviste da parte degli studenti può essere una pratica da riprodurre nei progetti scolastici. Partendo da quelle qui raccolte, e dagli interrogativi proposti da Elisa Guida, è possibile infatti provare a rintracciare tra i famigliari o i concittadini storie di deportati e di reduci, rendendo gli studenti protagonisti attivi di questo processo. Questa pratica potrebbe avere due ragioni: da una parte, attraverso la vicinanza del racconto diretto di persone famigliari, provare a comprendere in profondità gli avvenimenti della macro-storia; dall’altra, essere tra i protagonisti del recupero della memoria locale, un complesso di vite e storie che altrimenti rimarrebbero pressoché sconosciute.

In apertura si suggeriva come gli storici abbiano lavorato meno sulla ricostruzione del ritorno. Elisa Guida aggiunge un ulteriore elemento alla nostra riflessione, osservando, infatti, come anche le memorie degli stessi sopravvissuti si siano soffermate maggiormente sulle atrocità dei lager, tenendo da parte i racconti sul ritorno. Il perché è forse rintracciabile in un’intervista a Virginia Gattegno, effettuata dalla stessa Elisa Guida:

“Già era difficile parlare di Auschwitz, che nessuno ci voleva ascoltare, pensa se dovevo parlare anche del dopo! […] e poi, dire come siamo tornati è difficile […], perché tutto sommato eravamo salvi, cioè vivi, e allora non stai più di tanto a pensarci. E invece, anche quella è una bella storia, sa? Una bella storia, di come ci hanno riportato a casa… Anzi, di come ci hanno dimenticato lì”.

Nella consapevolezza che nulla, in fondo, sarebbe potuto tornare come prima, la complessità del ritorno alla vita è composta anche dal problematico racconto di quanto avvenuto durante e dopo le deportazioni. Un passaggio doloroso, vissuto in maniera differente dagli stessi testimoni, ma profondamente necessario per sottrarre all’oblio e all’urgenza di dimenticare di cui si nutre il secondo dopoguerra; necessario soprattutto perché queste vicende, sì private, sono talmente emblematica da avere la capacità di educare anche la nostra vita pubblica contemporanea.

 

Il volume "La strada di casa" è parte dei materiali per il concorso "I giovani ricordano la Shoah 2020-21".

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