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La tregua, di Primo Levi

La tregua, di Primo Levi

La comprensione della Shoah – o il suo tentativo – non si esaurisce con gli eventi legati ai campi di sterminio infatti. Essi rappresentano il culmine di una atrocità la cui origine è ben più lontana, da situare almeno nelle discriminazioni razziali – giuridiche e non – diffuse in Europa negli anni Trenta. Studiare quegli avvenimenti significa anche provare a comprendere fenomeni individuali e sociali che avvennero dopo: si pensi, ad esempio, alle migliaia di profughi che a causa della Seconda guerra mondiale si ritrovarono senza una casa o lontani dal proprio paese.
Primo Levi ha testimoniato nelle sue opere i vari aspetti della Shoah. In Se questo è un uomo, la sua opera più celebre, pubblicata nel periodo immediatamente successivo la guerra, Levi raccontava il funzionamento dei lager nazisti e la privazione dell’identità umana da essi provocata, di cui l’omonima poesia è forse l’epigrafe più rappresentativa.

Se questo è un uomo si concludeva il 27 gennaio 1945 con l’arrivo dei russi e la liberazione del campo di Auschwitz. La testimonianza contenuta ne La tregua narra, invece, cosa successe dopo. L’incipit del libro mostra come il filo diretto con l’esperienza concentrazionaria sia ancora vivo. Il racconto si apre con i soldati nazisti intenti a fuggire e cancellare le prove del genocidio, mentre i sovietici sono in procinto di liberare Auschwitz. Nonostante la liberazione, il clima nel campo è profondamente mortifero, pervadendo la narrazione. La maggior parte dei prigionieri è in bilico tra la vita e la morte; come scrive lo stesso Levi, dopo aver cercato di sopravvivere allo sterminio nazista, ora ognuno è intento a combattere “la sua ultima battaglia contro la fame, il gelo e la malattia”. Di 800 persone trovate vive nel campo al momento della liberazione, sono in 500 a non farcela nei giorni e nei mesi successivi. Se il dato numerico è impressionante, Levi si sofferma sull’umanità nel campo, dando un nome e un volto a chi non ce l’ha fatta. Hurbinek, ad esempio, un bambino di tre anni, il quale “aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito”. Nelle righe dedicate al bambino il valore della testimonianza di Levi è altissimo, intuita probabilmente dallo stesso chimico torinese già in quei giorni: "Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945; libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole".

Il racconto proposto da La tregua è quello del tentativo di resistere alla morte e tornare alla vita. La prima cosa da recuperare è la libertà, di cui si è persa l’abitudine. “Perché di fronte alla libertà ci sentivamo smarriti, svuotati, atrofizzati, disadatti alla nostra parte”, scrive Levi. Superare l’esperienza traumatica dei lager e della guerra in generale è qualcosa che richiede un tempo che si approssima verso l’infinito. Metaforicamente, il primo capitolo è intitolato Il disgelo, presagendo come quell’inverno fosse in realtà ancora lungo, tra l’incapacità di uscire da Auschwitz e quella di volerla necessariamente raccontare. Intrinsecamente accompagnata dal comportamento del resto della popolazione, incapace nel dopoguerra di ascoltare – e accettare – cosa accade nei lager. Una piccola tregua, appunto.

Il testo, però, è soprattutto il racconto di un lungo e drammatico ritorno a casa, in cui sono descritti i personaggi, i luoghi e le angosce degli avvenimenti, comuni a tanti deportati. Una narrazione che è stata paragonata all’odissea omerica, un’odissea a cui, in fondo, sono costretti quegli esuli del Novecento. Il paragone con Ulisse non risulta essere casuale: ampiamente utilizzato dalla critica letteraria, era stato lo stesso Levi, in Se questo è un uomo, a citare il canto dantesco dedicato all’eroe greco, richiamando il ruolo quasi salvifico della conoscenza e del pensiero in quel contesto.

Come nell’epica omerica, anche qui i personaggi che accompagnano Levi durante la tortuosa strada di casa appaiono come necessari per fornire uno sguardo su quell’esperienza, marcando le specificità dell’essere umano in un contesto così univocamente drammatico. Per primo appare il greco Mordo Nahum, per Levi un maestro di quella vita tutta tesa alla sopravvivenza: cercare un paio di scarpe e farle durare o procurarsi da mangiare diventano la quotidianità di tutti i reduci. È un Levi che si racconta quasi ingenuo nel confronto con il greco: “Ma la guerra è finita”, sostiene il chimico torinese, mentre Mordo Nahum gli ricorda che “Guerra è sempre”. Un altro personaggio a cui Levi dedica molto spazio è Cesare, commerciante ebreo di Roma. È proprio la sua abilità nel commercio e le avventure che vivranno insieme – contrassegnate dalla voglia di tornare a vivere del romano - che accompagneranno Levi nelle difficoltà del ritorno.

Le molteplici tappe del viaggio rappresentano in maniera immediata la complessità del dopo: il campo di Katowice, dove Levi viene impiegato come dottore, il viaggio per Odessa che viene interrotto e la sosta a Zmerinka sono soltanto alcuni dei momenti vissuti. In assenza di informazioni o di un itinerario, il ritorno è governato dall’attesa e dalla disperazione che essa comporta: l’attesa della fine della guerra o di capire come si comporteranno i russi con loro; il pensiero di casa e la paura di scoprire cosa possa essere successo durante i bombardamenti/l’assenza; la disperazione che coglie nei momenti in cui il ritorno si allontana sempre più di più, alimentando quelle sensazioni di essere esuli smarriti in Europa.
La descrizione di Levi risulta sempre nitida: "Partimmo da Zmerinka alla fine di giugno, oppressi da una grave angoscia che era nata dalla delusione e dalla incertezza del nostro destino, e aveva trovato una oscura risonanza e conferma nelle scene cui a Zmerinka avevamo assistito".

Il viaggio di ritorno, finita la guerra, fu più lungo del dovuto: partiti dalla Polonia, il gruppo finisce prima in Unione Sovietica, poi attraversa Romania, Ungheria e Cecoslovacchia, passando per Vienna. Prima di tornare in Italia, l’itinerario si allunga ulteriormente: l’ultima tappa è Monaco, in Germania. Qui Levi si sofferma su un incontro con un soldato tedesco, che forse anticipa le riflessioni della storiografia sulle testimonianze e sul passato degli ultimi 75 anni: "Ci sembrava di avere qualcosa da dire, enormi cose da dire, ad ogni singolo tedesco, e che ogni tedesco avesse da dirne a noi: sentivamo l’urgenza di tirare le somme, di domandare, spiegare e commentare, come i giocatori di scacchi al termine della partita. Sapevano, ‘loro’, di Auschwitz, della strage silenziosa e quotidiana, a un passo dalle loro porte? Se sì, come potevano andare per via, tornare a casa e guardare i loro figli, cercare le soglie di una chiesa? Se no, dovevano, dovevano sacramente, udire, imparare da noi, da me, tutto e subito: sentivo il numero tatuato sul braccio stridere come una piaga".
Il 19 ottobre, dopo mesi di viaggio, Levi arriva a casa, riabbracciando la sua famiglia con sollievo: “La casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava”. Mentre tutto sembra finire, la conclusione propone un finale aperto: è possibile uscire da Auschwitz? Per gli altri è già finita, ma Levi, invece, come tanti e in tante forme diverse, si ritrova di fronte un sogno ricorrente che lo tormenta: in un crescendo di angoscia, dove le cose care scompaiono gradualmente, risuona “il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, «Wstawać»”.

Nell’attività didattica, il volume consente, attraverso la scrittura sempre nitida e profonda di Primo Levi, di allargare il campo della riflessione storica sulla Shoah. Accanto agli approfondimenti sui campi di sterminio, sempre necessari per comprendere fino in fondo l’orrore della persecuzione antiebraica, si aprono ulteriori percorsi educativi. Come già detto, l’opera di Levi si presta facilmente a paragoni letterari, in un’ottica interdisciplinare tra storia e letteratura: se l’abominio dei lager nazisti ricordava l’inferno di Dante, che lo stesso Levi cita, il ritorno ne La tregua ci presenta Levi come un Ulisse tra le miserie e le macerie del Novecento.
Il ritorno a casa è in fondo solo il primo passo dell’impegno civile che Levi ha dispiegato attraverso la memoria della vita nel mondo concentrazionario, con tutte le difficoltà che i diversi testimoni hanno incontrato prima di cominciare a raccontare.
Gli avvenimenti successivi la liberazione dei lager, d’altronde, propongono la complessità dell’uscita da quel mondo e del traumatico ritorno alla vita. Un disgelo – di cui parla Levi tra realtà e metafora, quasi in un’immagine onirica – con cui in fondo i sopravvissuti hanno combattuto per tutta la vita.                                                                             

In conclusione, si suggerisce infine di accompagnare la lettura del volume con la visione dell’omonimo film  (https://www.scuolaememoria.it/site/it/2018/12/04/la-tregua-f-rosi-italia-francia-germania-svizzera-1997-125-min/?rit=filmografia¶metri=titolo_testo_sommario_occhiello_url-semantico_ricerca%3Dla%2520tregua%26idcategorie%3D). Le numerose citazioni permettono di confrontare il volume e le immagini riprodotte nella pellicola.

 

Il volume "La Tregua" è parte dei materiali per il concorso "I giovani ricordano la Shoah 2020-21".

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