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Tagebuch. Il diario del ritorno dal Lager, di Liana Millu

Tagebuch. Il diario del ritorno dal Lager, di Liana Millu

 

In questi giorni sono stati selezionati i vincitori del concorsoI giovani ricordano la Shoah”, giunto alla XIX edizione. Anche quest’anno, nonostante le difficoltà legate alla pandemia, sono molte le scuole italiane ad aver inviato elaborati di diverso tipo. La traccia proposta dalla commissione aveva il merito di riscoprire una delle tante vicende della Shoah: il ritorno dai lager nazisti dopo la fine della guerra.

A trattare il tema – in maniera singolare – è stata Liana Millu, una delle voci – e penne – più preziose della Shoah. L’autrice è stata tra le prime a portare la sua testimonianza sui lager nell’immediato dopoguerra, pubblicando Il fumo di Birkenau, un libro avente come protagoniste sei donne e le loro storie quotidiane nei lager nazisti; il testo evidenziava soprattutto gli “aspetti più specificamente femminili della vita minimale e disperata delle prigioniere”, raccontando le condizioni terribili a cui era sottoposte, come riportato da Primo Levi nella prefazione al volume.

Il tema del ritorno dai campi di sterminio è stato affrontato nel volumetto Tagebuch. Il diario del ritorno dal Lager, pubblicato postumo. Come esplicato efficacemente dal titolo, non si tratta né di un’opera storiografica (come il volume di Elisa Guida), né di un’opera letteraria (come è ad esempio La Tregua, suggerimento che ci proviene dallo stesso autore): il testo è stato redatto giorno per giorno tra il maggio e il settembre del 1945, forse con l’idea che nessuno l’avrebbe mai letto, restituendo però al pubblico un diario del suo ritorno a casa. Il “genere letterario” non è secondario, ma offre uno spaccato senza mediazioni, offrendosi così anche a spunti di tipo didattico o per possibili laboratori in classe: confrontare le esperienze o le emozioni raccontate dai singoli sopravvissuti, tenendo comunque in considerazione le differenti prose, permette di analizzare similitudini e differenze nei diversi generi narrativi utilizzati per testimoniare gli avvenimenti della Shoah. In questo caso, la scrittura della Millu si presenta come intima, nonostante non manchino riflessioni generali o riferimenti letterari acuti.

Il testo è inizialmente composto da frasi breve e coincise, quasi un esercizio, un doversi riabituare alla scrittura. Spesso l’autrice si appunta soltanto singole parole, semplici, o piccole espressioni che caratterizzano simbolicamente l’intera esperienza del ritorno: “partenza”, “fuga”, “cascina”, “male”, “è insopportabile” “coliche”, “peggio e ben peggio”, “paura dei disagi” o “della diarrea” ecc., fino ad arrivare al sollievo di una “buona digestione”. Nel diario, la riflessione prende corpo strada facendo, così come la vena artistica della Millu. Lo sfondo rimane comunque costituito dall’incertezza che avvolge il ritorno a casa, una sensazione comune a tutti i sopravvissuti, così descritta dalla redattrice del Tagebuch:

“10 giugno. Come oggi un mese fa eri in una casa saccheggiata e cominciavi a scrivere, sdraiata sul letto, dopo un pranzo alla russa. Un mese dopo, scrivi da un lettino di ospedale a qualche centinaio di chilometri di distanza. Dove scriverai il 10 luglio?”

Sono tanti gli episodi e le riflessioni che scandiscono il tempo e le difficoltà intercorse per arrivare al rientro in Italia, effettuato in condizioni psicofisiche definite dalla stessa Millu “drammatiche”. Il ritorno però sembra coincidere con l’inizio di un’altra storia: l’incomunicabilità dell’unicità della sofferenza nei campi di sterminio, equiparata da amici e conoscenti ai patimenti della guerra, a cui la Millu e tanti altri hanno provato a rispondere con la penna e la voce.

Ma se questa è la lezione della Milla, allora forse non occorre soffermarsi più di tanto sugli avvenimenti che visse durante il ritorno. La singolarità del Tagebuch è sicuramente racchiusa, oltre che nella “presa diretta” del racconto, nella sua storia – diciamo – “editoriale”: il diario, consegnato a Piero Stefani nella metà degli anni ’80, per volontà della stessa autrice è rimasto chiuso in un cassetto fino alla sua morte. Proprio questa scelta porta ad interrogarsi sulla difficoltà di raccontare il ritorno dai lager (e alla vita), un tempo comunque intrinsecamente diverso dall’esperienza concentrazionaria, ma ancora fortemente complesso: l’incomprensibilità della Shoah si sarebbe acuita in quelli che non l’aveva vissuta? Si consideravano in fondo i patimenti di quei giorni come marginali – o perlomeno minori – rispetto alla sofferenza (assoluta) vissuta nei lager? Il tono e il momento, ormai più leggeri, tanto da consentire di tornare ad innamorarsi, avrebbero in qualche modo banalizzato l’esperienza atroce dei campi di sterminio?

Non stupisce, in fondo, come la stessa autrice sia fortemente reticente quando si tratta di affrontare l’argomento. Nel suo Dopo il fumo. “Sono il n. 5384 di Auschwitz Birkenau”, introduce il capitolo Il ritorno dai Lager scrivendo: “Mai ho parlato del mio ritorno dai Lager, e dopo oggi, mai più ne parlerò”. Lo stesso capitolo si concludeva in continuità con l’incipit, affermando: “E ora basta. Sono stanca”. Quell’intento, appunto, venne sanato dopo la sua morte, avvenuta il 6 febbraio 2005, proprio con la pubblicazione del Tagebuch.

Provando a leggere il diario, e tenendo in considerazione l’incomunicabilità insita nel ritorno stesso, si può ipotizzare in fondo come il significato profondo del ritorno alla vita si concretizzi, almeno per la Millu, nella ripresa di una forma di attività intellettuale a cui la stessa autrice è molto legata: la scrittura. Non è un tema secondario della Shoah quello del rapporto tra l’orrore dei campi e il ruolo degli intellettuali, soprattutto se si considerano le discussioni tra Jean Amery, autore di Un intellettuale ad Auschwitz, e lo stesso Primo Levi. Per la Millu tornare scrivere – esercitare una funzione intellettuale, come la svolgeva prima dell’emanazione delle leggi razziali – coincide con il ritorno alla libertà della vita. In un testo precedente (Quel mozzicone di matita del Meclemburgo), la scrittrice raccontava di aver casualmente scovato, pochi giorni dopo la Liberazione, mentre era intenta a cercare del cibo in una fattoria, un mozzicone di matita. Il ritrovamento dell’oggetto si presenta, oltre che come l’antefatto del Tagebuch, come un’epifania della libertà, resa possibile dalla riscoperta delle sue capacità intellettuali: “Quella, invece, era una matita vera. Perciò volli subito provarla, ansiosamente. Avevo bisogno di dimostrarmi che potevo ancora scrivere: scrivendo, avevo la riprova che quella mattina era, veramente, la prima della libertà”.

E questa in fondo la lezione del Tagebuch, il motivo per cui rileggerlo: osservare una storia privata, in cui il recupero della propria umanità – lo scrivere, l’innamorarsi – si intreccia con la fine dei regimi totalitari e dell’orrore della guerra, avviandosi alla complessità del ritorno alla vita.

 

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