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Giovanni Borromeo

1898-1961

Giovanni Borromeo

Giovanni Borromeo nasce a Roma il 15 dicembre 1898 da una famiglia cattolica molto religiosa e di lontane origini milanesi. Figlio e nipote di medici nel 1916, dopo il diploma, decide di seguire le orme del padre e del nonno e di iscriversi alla facoltà di medicina.
Siamo però nel pieno della Prima Guerra Mondiale e non appena diventa maggiorenne parte per il fronte dove si meriterà -al ritorno- la medaglia di bronzo al valore. Nonostante la parentesi bellica, nel 1922 si laurea a pieni voti con lode vincendo anche il prestigioso premio Girolami per il migliore lavoro scientifico.
La sua carriera inizia in maniera brillante e nel 1929 – 31enne – vince il concorso per diventare Primario Medico degli ospedali riuniti di Roma. Ma essendosi sempre rifiutato di prendere la tessera del partito fascista, non cambia idea neanche allora e gli viene quindi negato il permesso di ricoprire il ruolo. Il giovane Borromeo continua però il suo lavoro di medico e nel 1934 conosce Fra’ Maurizio Bialek, il priore dell’Ordine Ospedaliero San Giovanni Calabita. Sarà lui a decidere la riqualificazione dell’allora quasi abbandonato Fatebene Fratelli di cui offre la direzione proprio a Giovanni Borromeo con l’obiettivo di renderlo una delle avanguardie e delle eccellenze della regione. Borromeo accetta l’incarico, prende in mano la struttura e organizza il lavoro; quando – nel 1943 - Roma viene occupata a seguito della firma dell’armistizio, egli è ormai da qualche anno il primario del vecchio ospedale nel cuore dell’isola tiberina, a poche decine di metri dal ghetto.
Da subito l’ospedale, grazie a un gruppo di medici appoggiato dal primario – diventa un nascondiglio per ebrei, antifascisti e anche polacchi e russi in fuga che, ricoverati con una qualche scusa, vengono se necessario nascosti in un una stanza raggiungibile da una botola e dimessi una volta in possesso di documenti falsi con cognomi cattolici e un indirizzo sicuro dove nascondersi; spesso - in questo caso - un convento. Il 16 ottobre 1943 inizia il rastrellamento del ghetto e Giovanni Borromeo, che dall’isola vede bene cosa sta accadendo, mette a disposizione l’ospedale per salvare alcuni ebrei romani riusciti a scappare e ad attraversare il ponte.
Per giustificare il ricovero inventa una malattia neurodegenerativa inesistente ma molto contagiosa a cui dà il nome di “morbo di K” e a cui attribuisce sintomi e conseguenze gravissimi che, se addirittura non fatali, possono portare a paralisi o disabilità mentali. Il nome, ispirato all’iniziale di due delle cariche delle SS più influenti della città Kappler e Kesserling, non era esclusivamente una presa in giro nei confronti dei nazisti ma serviva soprattutto a infondere forza e coraggio a chi era nascosto nella struttura ospedaliera. La contagiosità del pericoloso morbo giustificava il fatto che i “pazienti” ricoverati venissero messi in isolamento. Con questo trucco Borromeo riuscì a nascondere non solo numerosi ebrei, ma anche tanti antifascisti ed ex-prigionieri polacchi.
Una mattina però – probabilmente insospettiti dai movimenti e dalla presenza di bambini in ospedale - si presentano due camionette delle SS per un blitz all’interno dell’ospedale. Fortunatamente un problema meccanico di una delle due ne ritarda l’arrivo lasciando il tempo ad un ragazzino di avvisare Borromeo e dandogli la possibilità di organizzarsi e di
avvertire i “pazienti” affetti dal morbo di K di non dire una parola. Quando i soldati nazisti si presentano sono in compagnia di un medico della Wehrmacht e Borromeo - che parla fluentemente tedesco - li accoglie con il sorriso più naturale che riesce a sfoggiare e li accompagna nell’ispezione della struttura illustrando loro, al momento necessario, gli effetti della terribile malattia, il suo decorso, gli atroci dolori che comporta e la pericolosità. Le cartelle cliniche sono così accurate che riescono ad ingannare anche il medico nazista e il gruppo, spaventatone, decide di non entrare nel reparto del morbo di K e lasciare l’ospedale.
Anche dopo quella visita la collaborazione dell’ospedale con la resistenza continua e, sotto richiesta del partigiano generale Roberto Lordi, Borromeo installa una ricetrasmittente
negli scantinati per comunicare con i partigiani della regione. Dopo l’arresto del generale Giovanni Borromeo riceve una telefonata da parte del comando di via Tasso, una camionetta lo aspetta fuori di casa per scortarlo al carcere dove trova l’amico Roberto che - malato di cuore aveva chiesto di essere visitato dal proprio medico. Giovanni riesce a rimanere solo con lui e il partigiano gli confessa di non essere sicuro di riuscire a tacere i nomi dei compagni di fronte alle violenze che gli sarebbero aspettate. Chiede così al medico di impararne a memoria nomi e indirizzi e di avvertirli della possibilità. Dopo mesi di prigionia e torture, il 24 marzo 1944 il Generale Roberto Lordi viene ucciso alle Fosse Ardeatine. Nessuno dei suoi compagni viene catturato.

Liberata Roma e finita la guerra, i “pazienti” del morbo di K vengono “dimessi” e Giovanni Borromeo riceve la Croce al Merito dell’Ordine di Malta e la Medaglia d’Argento al Valore
proprio perché: “Durante la seconda guerra mondiale e nel periodo clandestino volle dedicare ogni sua dote di illustre e valoroso clinico a curare partigiani, patrioti ed ebrei ricercati dalla polizia nazifascista unendo a un raro disinteresse un così spiccato ed elevato spirito di sacrificio da essersi fortemente esposto a gravi e non pochi pericoli. Il suo contributo alla causa della libertà si estese entusiasticamente anche extraprofessione, partecipando in diversissimi campi all’opera altrettanto pericolosa e benefica di dare e far dare asilo, sostegno e conforto morale a tanti perseguitati, contribuendo alla disgregazione materiale e morale del nemico”.
Giovanni Borromeo muore nel 1961 e riceve postumo il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni nel 2004. La sua azione e la sua persona sono stati un modello prezioso
della resistenza che persone come lui seppero opporre davanti ai soprusi e alle discriminazioni. Da medico e da uomo si spese per salvare vite e preservare l’umanità. È
ancora oggi un esempio di come ognuno di noi può fare in modo che la vita trionfi sulla morte e il bene sul male.
La sua operazione non è stata solitaria, fu affiancato da molti: medici come Adriano Ossicini (partigiano e fondatore del movimento di resistenza dei cattolici comunisti) e Vittorio Emanuele Sacerdoti (ebreo che lavorava nell’ospedale sotto falso nome), partigiani, e anche semplici cittadini come la Sora Lella, sorella dell’attore Aldo Fabrizi che (ancora prima di aprire il famoso ristorante proprio sull’isola tiberina) preparava in casa il cibo da portare ai nascosti.
Sempre sull'Isola Tiberina operò Dora Focaroli infermiera che aveva iniziato a lavorare presso le strutture ebraiche che si trovavavano sull'isola come l'ospedale israelitico e la casa di risposo e che, il 16 ottobre del 1943, tolse repentinamente tutti i cartelli che indicavano le strutture ebraiche, nascose gli anziani della casa di riposo nella torre dell'edificio, trasferì i malati che potevano camminare al Fatebenefratelli e riuscì a mandare quelli più gravi in ambulanza all'attuale ospedale San Camillo.
Parte anche lei di una rete di solidarietà, riuscì ad assicurare per mesi agli anziani nascosti non solo il cibo e le cure necessarie, ma anche un'assistenza religiosa.

Questi esempi ci mostrano l’importanza e la maggiore efficacia di una resistenza collettiva e ci insegnano che siamo tutti chiamati a fare la nostra parte in caso di necessità.

Bibliografia e sitografia
Pietro Borromeo – il giusto che inventò il morbo di K – Fermento, 2007
Testimonianza di Vittorio Emanuele Sacerdoti
https://collections.ushmm.org/search/catalog/vha41839

 

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