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La persecuzione di omosessuali e transessuali nella Germania nazista

La persecuzione di omosessuali e transessuali nella Germania nazista

In età contemporanea la tradizionale condanna dell'omosessualità, in particolare quella maschile, era stata formalizzata per il nuovo Stato unitario tedesco nel 1871 dal Paragrafo 175 del codice penale, che criminalizzava i rapporti sessuali tra uomini e li puniva con la reclusione. Nei fatti quella tedesca, dal primo dopoguerra della Repubblica di Weimar fino all'avvento del nazismo, fu però una società caratterizzata dalla tolleranza nei confronti della libertà sessuale. Nelle città erano numerosi i locali pubblici e privati per omosessuali: nella sola Berlino, nei primi anni '30, si contavano più di cento. Il più famoso di questi era l'Eldorado, un club notturno nel quale performance con aperti riferimenti all'omosessualità e al travestitivo si alternavano a esibizioni di star del calibro di Marlene Dietrich. Venivano inoltre date alle stampe pubblicazioni periodiche dedicate alle tematiche omosessuali nei suoi diversi aspetti, con tirature di centinaia di migliaia di copie. "Der Eigene" (L'Unico) fu la prima rivista gay della storia: fondata nel 1896, uscì fino al 1932 divenendo uno dei punti di riferimento del movimento omosessuale tedesco. Altre importanti pubblicazioni furono "Die Freundschaft" (L'Amicizia) e la rivista per lesbiche "Die Freundin" (L'Amica). L'atmosfera di libertà non poteva che riflettersi anche nel mondo delle arti: la letteratura, la musica, il cinema, la fotografia e le arti figurative affrontarono apertamente argomenti fino a quel momento considerati tabù. Storie di omosessualità maschile e femminile, transessualità e travestitismo, bisessualità e intersessualità trovarono in quegli anni piena dignità di rappresentazione artistica.

 

Un altro aspetto fondamentale di tale liberalità era costituito dall'esistenza di organizzazioni culturali e scientifiche che affrontavano senza pregiudizi il tema dell'omosessualità e della transessualità, contribuendo fortemente a contrastare stereotipi e atti discriminatori. La più importante di queste realtà era l'Istituto per lo Studio della Sessualità di Berlino, un centro di ricerca che rappresentava l'avanguardia mondiale per la difesa scientifica e politica dell'omosessualità e della transessualità. Fondato nel 1919 dal medico Magnus Hirschfeld, l'Istituto coniugava la ricerca scientifica con l'attivismo per la promozione dei diritti degli omosessuali e con attività di consulenza e supporto per chi avesse necessità di rivolgervisi. Ogni anno le porte del centro si aprivano inoltre a migliaia di visitatori che potevano avere accesso a un vero e proprio museo interno dedicato alla sessualità e alla divulgazione delle teorie elaborate dai ricercatori. L'attività dell'Istituto non poteva però non attirare l'attenzione dell'opinione pubblica conservatrice e omofoba e dei movimenti politici che la rappresentavano, che cercarono sempre di ostacolare la generale tolleranza del periodo. Hirschfeld subì negli anni violenti attacchi fisici e nel 1932 scelse di fatto l'esilio, quando - divenuto capo del governo il conservatore Franz von Papen - capì che la Germania stava trasformandosi in una nuova prigione.

 

La liberalità della Repubblica di Weimar fu definitivamente cancellata con la presa del potere da parte di Hitler nel 1933. Il rapporto tra nazismo e omosessualità era stato però inizialmente fortemente controverso. All'interno delle gerarchie del partito e nella sue elaborazioni ideologiche è possibile identificare tre posizioni prevalenti: una di radicale opposizione teorica e pratica, una di sostanziale indifferenza al tema - che fino alla presa del potere apparve essere prevalente - e un'ultima - portata avanti da esponenti nazisti dichiaratamente omosessuali - che sosteneva invece una politica antidiscriminatoria. Nell'arco di tempo del primo anno di governo nazista, sarà quella della radicale opposizione all'omosessualità a imporsi dando il via alle persecuzioni. All'interno della componente più omofoba, pregiudizi e stereotipi secolari si mescolavano alla più generale visione della lotta per la supremazia razziale "ariana". L'omosessualità, in questa prospettiva, assunse implicazioni "morali" che la identificarono con una depravazione che avrebbe portato alla degenerazione del popolo tedesco. Gli omosessuali inoltre, stigmatizzati come deboli ed effeminati, non solo non sarebbero stati adatti a combattere per la nazione tedesca, ma non avrebbero neanche contribuito adeguatamente alla crescita demografica della razza.

 

Il 6 maggio 1933 gruppi di studenti coordinati dalle SA - le squadre d'assalto del Partito Nazista - fecero irruzione nella sede dell'Istituto per lo Studio della Sessualità di Berlino. La biblioteca fu razziata e tutti i libri e i documenti che vi erano conservati furono trafugati. Quattro giorni dopo, il 10 maggio, la gran parte di quei volumi venne distrutta nel Rogo dei libri di Opernplatz. Davanti agli occhi di esponenti politici nazisti, professori, studenti e altre migliaia di sostenitori radunatisi nella piazza di Berlino, venne bruciata tutta la cultura che i nazisti consideravano anti-tedesca per motivi politici e razziali: dare alle fiamme le opere della biblioteca dell'Istituto significò quindi identificare anche omosessuali e transessuali come nemici della Germania, rendendo evidente come la tolleranza della Repubblica di Weimar dovesse ormai appartenere a un passato considerato "degenerato".

 

Il regime nazista mise rapidamente in atto una capillare azione repressiva, chiudendo i locali divenuti negli anni luoghi di ritrovo di omosessuali e proibendo le pubblicazioni accusate di diffonderne la cultura. La rete di relazione che esisteva tra omosessuali e transessuali ne risultò pertanto distrutta: gli individui, isolati, divennero di fatto dei clandestini rispetto al fondamentale aspetto della sessualità. Nel 1934 la polizia segreta di Stato dette istruzioni alle forze di polizia locale per condividere con la Gestapo liste con i nomi degli omosessuali: tali liste, che nonostante la tolleranza degli anni precedenti erano state costantemente tenute e aggiornate, fornirono fin da subito ai nazisti tutte le informazioni necessarie per individuarli durante le ormai ricorrenti retate.

 

La repressione non colpì solo gli uomini ma anche le donne omosessuali, che sebbene non citate esplicitamente nel Paragrafo 175 e considerate un problema non prioritario dai nazisti, subirono ugualmente delazioni e denunce. Molte donne, soprattutto quando il loro orientamento sessuale era maggiormente visibile e non manifestavano la volontà di "redimersi", furono poste sotto stretta sorveglianza. Per sfuggire alle vessazioni molte di loro dovettero cambiare residenza cercando rifugio in città nelle quali nessuno fosse a conoscenza del loro orientamento sessuale, oppure optarono per matrimoni di facciata, spesso con uomini omosessuali. Per tante di loro, però, si aprirono i cancelli degli ospedali psichiatrici e quelli dei campi di concentramento, nei quali erano quasi sempre identificate come appartenenti ad altre "categorie" di internati quali asociali, prigioniere politiche o prostitute.

 

La svolta definitiva nella politica repressiva si ebbe con gli eventi passati alla Storia come la Notte dei lunghi coltelli. Tra il 30 giugno e il 1 luglio 1934 le SS assassinarono per ordine di Hitler diversi esponenti di spicco del partito nazista: tra questi - principale obiettivo politico dell'azione - vi era Ernst Röhm, comandante delle SA apertamente gay e massimo sostenitore della linea di moderazione verso gli omosessuali all'interno del regime. Con la morte di Röhm, ai vertici del partito nazista non vi era più nessun esponente che potesse ostacolare la politica persecutoria.

 

L'ufficialità della svolta repressiva avvenne nel 1935 con la modifica del Paragrafo 175, che fornì le basi giuridiche per la sempre più sistematica ed estesa persecuzione. L'entità delle pene detentive venne inasprita e la categoria degli "atti considerati crimini contro la decenza e commessi tra individui di sesso maschile" fu ampliata in modo da includervi qualsiasi azione che potesse anche solo essere percepita come omosessuale, anche in assenza del rapporto sessuale. In seguito i tribunali stabilirono che la semplice intenzione o il pensiero fossero sufficienti a identificare tali atti.

 

Nel 1936 il comandante delle SS Heinrich Himmler creò l'Ufficio centrale del Reich per la lotta all'omosessualità e all'aborto. Nel decreto costitutivo vi era scritto: "Le attività omosessuali di una non trascurabile parte della popolazione costituiscono una seria minaccia per la gioventù. Tutto ciò richiede l'adozione di più incisive misure contro queste malattie nazionali."

 

Gli anni dal 1937 al 1939 furono quelli di maggiore intensità della persecuzione. Le forze di pubblica sicurezza aumentarono sempre più le retate, anche grazie alla creazione di una fitta reti di informatori e agenti sotto copertura che agiva con il compito di identificare e arrestare gli omosessuali. Il 4 aprile 1938, infine, la Gestapo emanò una direttiva con cui si autorizzava la deportazione nei campi di concentramento di chi era stato condannato per omosessualità maschile: nei fatti le prime deportazioni risalgono però al 1933.

 

Le ricerche storiche più attendibili stimano che nei dodici anni di regime nazista circa 100mila uomini furono arrestati con l'accusa di essere omosessuali e la metà di questi venne poi condannata dai tribunali. La maggior parte dei condannati scontò la pena nelle prigioni di Stato, mentre tra i 5mila e i 15mila vennero deportati nei lager, all'interno quali furono identificati con il triangolo rosa. Nelle prigioni ordinarie e nei lager ai condannati veniva proposta, in cambio di una riduzione della pena, la castrazione. Giudici e ufficiali delle SS che amministravano i campi di concentramento vennerò però anche autorizzati a ordinare la castrazione degli internati omosessuali senza il loro consenso.

 

I prigionieri dei campi di concentramento riconosciuti come omosessuali subirono trattamenti disumani e terribili torture fisiche e psichiche. Nei lager furono usualmente tenuti separati dagli altri internati, circostanza che rendeva difficile creare quelle reti di supporto con gli altri prigionieri fondamentali per restare in vita, e nell'assegnazione dei lavori forzati il più delle volte venivano destinati ai compiti di maggiore fatica per portarli rapidamente alla morte. Tra le cause di morte vi furono anche gli aberranti esperimenti clinici ai quali molti vennero sottoposti, attraverso i quali i medici nazisti si proponevano di trovare una "cura" per l'omosessualità. Le possibilità di sopravvivenza erano pertanto molto basse: pur in assenza di statistiche certe, secondo autorevoli ricerche storiche si stima che oltre la metà degli omosessuali deportati morì nei lager.

 

IMMAGINE

Memoriale per le vittime omosessuali della persecuzione nazista - Nollendorplatz, Berlino

 

BIBLIOGRAFIA
- Il triangolo rosa. La memoria rimossa delle persecuzioni omosessuali - Jean Le Bitoux - Manni - 2013

- Io, Pierre Seel, deportato omosessuale - Pierre Seel, Jean Le Bitoux - Massari - 2020

- Gli uomini con il triangolo rosa - Heinz Heger - Sonda - 2019

- Dietro il vetro sottile. Memorie di un ebreo omosessuale nella Berlino nazista - Gad Beck - Einaudi - 2009

 

FILM

Paragraph 175 - Rob Epstein, Jeffrey Friedman - 2000 - 81 min

 

Tags: germania, nazismo