La generazione del deserto, di Lia Tagliacozzo

La generazione del deserto, di Lia Tagliacozzo

Per comprendere l’ultimo libro di Lia Tagliacozzo bisogna fare un’operazione di scomposizione del titolo, che contiene già in sé i due poli narrativi del volume. Da una parte troviamo quella che l’autrice definisce “la generazione del deserto”, ovvero quella generazione dei figli – o addirittura dei figli dei figli – della Shoah e delle persecuzioni razziali; eventi che, pur non vissuti in prima persona, ne hanno segnato il lato pubblico e privato delle loro vite, costituendo un aspetto fondante delle loro identità personali. È la generazione a cui la stessa autrice appartiene e che definisce come ‘di mezzo’, come lo erano gli ebrei nel deserto migliaia d’anni fa:

"siamo una generazione nati nel viaggio, siamo clandestini alla vita, sospesi a metà, nati dopo la schiavitù e prima della libertà. Siamo senza voce e con una storia nostra ancora da inventare. Ma la vita la stiamo vivendo e avremo qualcosa da dire. Siamo la generazione del deserto, frutti dalla maturazione lenta, fioriamo dopo i quaranta anni."

 

Dall’altra ci sono le vicende delle sue famiglie – i Tagliacozzo e i Cividalli – che si intrecciano con i momenti drammatici della Storia: il 1938 e le leggi razziali (la nonna, Lina Zarfati, viene espulsa dalla scuola dove insegnava, con la lettera di licenziamento che arrivò a metà dicembre, mentre metteva al mondo Fernando); il 16 ottobre 1943 e il rastrellamento del ghetto di Roma, quando deportarono la piccola Ada insieme alla nonna Eleonora; e ancora il lungo anno di occupazione nazista della capitale, durante il quale, a causa di una delazione, venne catturato il nonno paterno, Arnaldo Tagliacozzo, che morirà ad Auschwitz (da una nota del “comitato ricerche deportati ebrei” riportata dalla Tagliacozzo si legge che Arnaldo “fu visto vivo fino a novembre del 1944”).

 

Accanto ai drammi delle persecuzioni, si stagliano le storie di salvezza, non meno importanti per l’autrice: i fratelli David e Fernando che scampano per un caso fortuito alle deportazioni (ben raccontato nel volume) e si nascondono in un convento; o la storia ancora da scoprire di Giuseppe Dani, il quale “accompagnò la famiglia Cividalli al treno con cui iniziava la fuga in Svizzera e tornò a prenderli a Milano al ritorno, oltre un anno dopo, a luglio del 1945”.

 

Cosa coglie il volume di Lia Tagliacozzo nel rapporto che la generazione del deserto instaura con la generazione della Shoah e quindi con se stessa? Intanto c’è il tempo. Il tempo che c’è voluto per capire come quella generazione di mezzo potesse raccontarsi: è lo stesso tempo che, secondo l’autrice, ha impiegato il popolo ebraico – migliaia d’anni fa – per cercare la terra promessa nel deserto.

 

E poi c’è la voglia di comprendere, di provare a porre le domande e di cercare le risposte, una voglia che si scontra con le difficoltà che si frappongono tra gli eventi del passato e la necessità di vivere il presente. Tra queste, i silenzi. Emblematico, in questo senso, il dialogo con la madre che l’autrice riporta:

“Mamma”, ripeto, “la nonna Micia parlava di quanto le fosse accaduto durante la guerra?” La risposta arriva immediata: “Lei non ne parlava proprio”, non vi è incertezza né esitazione. “Come non ne parlava mio padre”.

 

E poi ancora ci sono le rimozioni o le omissioni necessarie (l’autrice racconta della rabbia che prova verso i genitori e verso i loro “non-ricordi”), financo i vuoti che compongono comunque la storia: “Come si fa a costruire un racconto intorno ad un vuoto?”, si chiede, riferendosi al delatore che condannò suo nonno Arnaldo alla deportazione ad Auschwitz e di cui non sa – e forse non saprà mai – nulla.

 

Nel libro, Lia Tagliacozzo ha indagato i silenzi, le rimozioni e le omissioni, sottraendo le storie individuali all’oblio e andando oltre il muro della sofferenza personale. In questo percorso lento e doloroso di riscoperta, arriva il momento della possibilità della narrazione, della testimonianza viva, che la generazione del deserto – pur sentendosi a volte “illegittima” – continua a portare avanti, sopperendo ai vuoti.

 

Come afferma Lia Tagliacozzo nel video che presenta il volume:

"Questa è dunque la storia della mia famiglia. Che è anche la mia storia, perché la verità della vicenda famigliare è stata una scoperta costante che mi ha accompagna nel corso degli anni."

 

La generazione del deserto si sofferma sui quesiti che la storia della Shoah pone al nostro presente. Lacrime e domande si intrecciano allora nel racconto di Lia Tagliacozzo, affrontando proprio il rapporto con le scuole per la Memoria della Shoah:

"Ha senso andare per scuole? Massificare la Shoah? Ragionare con i bambini e i ragazzi? Li aiuta scoprire che c’è chi è venuto al mondo oltre ogni ragionevole probabilità o li si avvince raccontando una crudeltà che ai loro occhi rischia di diventare fascinazione quasi pornografica?"

 

La risposta arriva qualche pagina dopo. Riflettendo sull’importanza di un calendario civile della Memoria, sull’importanza, quindi, di scegliere cosa ricordare e cosa no, Lia Tagliacozzo suggerisce di inserire il 27 gennaio – Liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa – all’interno degli avvenimenti italiani: il 1922 e la marcia su Roma; il 1938 e le leggi razziali; l’8 settembre 1943 e poi il 25 aprile 1945, la Liberazione. Una scelta dovuta al voler rinnovare di senso ogni singola data nella relazione con le altre, nonostante le difficoltà che l’impegno comporta. In occasione del 27 gennaio, Lia Tagliacozzo incontra una scuola intitolata al Giorno della Liberazione. Dopo aver connesso le due date, l’autrice si accorge del volto smarrito dei bambini, ignari di fronte al significato del 25 aprile. Allora si comincia a discutere di cos’è la Liberazione, con le domande che si fanno incessanti e la curiosità che divampa – “i ragazzini si agitano irrefrenabili sulle sedie”, scrive la Tagliacozzo. Al ritorno della maestra, fino a quel momento assente, uno degli alunni si rivolge a lei a voce alta: “Hai capito? La nostra scuola si chiama come il giorno in cui è-fi-ni-ta-la-guerra, il giorno della Li-be-ra-zione!”.

 

Allora è questo, forse, il senso di andare per scuole, di scrivere, di studiare, di celebrare persino il 27 gennaio: sottrarre alla banalizzazione la memoria di storie individuali, riscoprirne il valore, raccontare le “vicende finite bene o male”, ricordare i “giusti che li hanno aiutati”, senza dimenticare “gli infami che li hanno traditi”. Continuare, ovvero, a costruire sugli avvenimenti fondanti della nostra storia personale e collettiva, a cominciare dalla scuola.

 

VIDEO

L'autrice Lia Tagliacozzo ci parla del suo libro "La generazione del deserto"

Tags: italia, leggi razziali, SHOAH


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