In evidenza

Tre stelle nel buio

di Lia Tagliacozzo

Tre stelle nel buio

Per comprendere l’ultimo volume di Lia Tagliacozzo, “Tre stelle nel buio”, bisogna ripartire da un avvenimento noto: la legge n. 211 del 20 luglio 2000 che istituisce il “Giorno della memoria”, riconosciuto per il 27 gennaio. È una data che richiama la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau da parte delle truppe sovietiche nel 1945, diventata cruciale ormai nel calendario civile italiano ed europeo.
A distanza di più di vent’anni da quella legge, con in mezzo moltissime iniziative e commemorazioni a più livelli, emergono – o perlomeno dovrebbero emergere – diversi interrogativi, cruciali per comprendere il nostro presente e soprattutto per costruire il nostro impegno futuro: qual è il bilancio di questi anni sulla memoria della Shoah? Cosa si è seminato e cosa si è raccolto? Dove è stato indirizzato il nostro impegno e cosa bisogna fare? Cosa è stato sbagliato e cosa è stato invece corretto? Se e in che termini le celebrazioni hanno inciso sulla convivenza civile e interculturale del nostro paese? E come far sì che la cultura della memoria sia fertile per il nostro presente?
Sono interrogativi alla base di buona parte dei libri di Lia Tagliacozzo. Tuttavia, non li troviamo direttamente richiamati nel volume “Tre stelle nel buio”, anche se si possono leggere in filigrana. In generale, la storia raccontata dall’autrice ha un legame molto evidente con la cultura della memoria costruita in questi anni e con le iniziative realizzate per il 27 gennaio. Iniziative che, come quella raccontata nel testo, hanno risposto lodevolmente all’articolo 2 della legge 2000, che, infatti, enuncia chiaramente i destinatari del provvedimento:

«In occasione del “Giorno della memoria” di cui all’art.1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado».

Riflettendo su questi temi, si può aggiungere che, talvolta, si è attribuito a quelle stesse attività scaturite dalla norma un valore “salvifico” nell’educare studenti e studentesse alla cittadinanza o all’intercultura, senza porsi, appunto, le domande sopracitate.

Parlando del volume, in “Tre stelle nel Buio” è possibile individuare, soprattutto, tre linee narrative, come tre sono le stelle suggerite da Lia Tagliacozzo nel titolo del libro. Ognuno di esse presenta una molteplicità di argomenti e ulteriori elementi che non è possibile sintetizzare in questa recensione.
La prima linea narrativa è rappresentata dalla storia di Pupa Garribba, nata il 2 gennaio del 1935 a Genova (p. 129). L’infanzia segnata dalle persecuzioni antiebraiche, dei diritti e poi delle vite (per citare la suddivisione di Michele Sarfatti, ripresa nel testo anche da Lia Tagliacozzo). La propria identità camuffata (p. 50), come accadde a tante famiglie ebraiche nel tentativo di salvarsi. La fuga in Svizzera, con una storia simile a quella di Liliana Segre, seppur con esito positivo. Sono soltanto alcuni passaggi chiave della testimonianza di Pupa Garribba.
Il secondo elemento ci riconduce alla storia di Lia Tagliacozzo stessa. Su questo ci permettiamo di suggerire la lettura de “La generazione del deserto”, di cui “Scuola e Memoria” si è occupato nel 2021 (https://www.scuolaememoria.it/site/it/2021/03/29/la-generazione-del-deserto-di-lia-tagliacozzo/). Lia accompagna Pupa Garribba nelle scuole, cercando di fornire agli studenti le coordinate storiche per comprendere gli avvenimenti presenti nella testimonianza. Nel volume la ritroviamo come mediatrice della memoria, che racconta anche la propria storia famigliare – come, ad esempio, la delazione da parte di un “amico” che provoca l’arresto del nonno di Lia Tagliacozzo, Arnaldo, e la successiva deportazione ad Auschwitz, da cui non farà ritorno (pp. 76-77).
La terza linea narrativa è incentrata sulla scuola, essendo questo un libro per e sulla scuola. Essa è intesa come comunità di persone, dove professori, studenti e lo stesso personale sono tutti coinvolti attivamente nel preservare la memoria del passato e nel costruire la società di domani. L’emblema di questo processo è forse il capitolo “La storia di Ugo” (pp. 79-81), dove anche il custode dell’istituto partecipa con la propria memoria personale alla giornata. “Ho anche io una storia da raccontare”, dice Ugo, “mio nonno era partigiano e pure lui è stato tradito”, richiamando appunto la storia di Arnaldo Tagliacozzo.
Al centro della giornata e del racconto di Lia Tagliacozzo sono, quindi, la testimonianza di Pupa Garribba, da una parte, e le storie e le reazioni degli studenti dall’altra, con la stessa Tagliacozzo e la professoressa Galdi a tenere in piedi un ponte tra ieri, oggi e domani.
Queste tre linee si intrecciano nell’incontro tra la testimone e gli studenti, da cui si evince come la storia di Pupa Garribba abbia molti elementi in comune con le storie attuali. Ci si riferisce, in particolare, alle vicende degli studenti e delle loro famiglie arrivati in Italia negli ultimi anni, spesso in fuga da regimi oppressivi o da storie di povertà. In fuga sì, ma con la speranza nello zaino di un futuro migliore e accogliente che l’Italia – come la Svizzera durante la Seconda guerra mondiale – non sempre sa garantire.
Con loro Pupa Garriba riesce a dialogare e a stabilire un contatto emotivo, evidenziando similitudini e continuità di alcuni processi storici, pur mantenendo le dovute distinzioni con la storia e con l’unicità della Shoah. Emerge così una pratica che, in forma narrativa, restituisce una via da percorrere per far sì che la cultura della memoria sia fertile per il nostro presente.

Tags: