Intervista all'autore e recensione

KZ Lager, di Davide Romanin Jacur

KZ Lager, di Davide Romanin Jacur

Intervista per il sito Scuola e Memoria all'autore David Romanin Jacur.
L'autore presentarà il volume "KZ lager" al liceo Montale di Roma martedi 23 novembre alle 11:00. Sarà possibile seguire l'incontro in streaming sul canale .www.facebook.com/socialUCEI/ 

Negli ultimi trent’anni, il tema della Shoah ha trovato uno spazio ancora più corposo nella narrazione pubblica. Ad essere emersa non è soltanto la storiografia, esplosa soprattutto a partire dalla fine degli anni ’80 e che in Italia e nel resto del mondo ha compiuto significativi passi in avanti. Il racconto delle persecuzioni antiebraiche – e non solo – è stato effettuato attraverso media spesso molto diversi tra loro. Oltre alla memorialistica che ha raccolto le testimonianze delle vittime, sono stati scritti romanzi per persone di tutte le età, con una bibliografia ormai sterminata. Sono stati realizzati film pluripremiati per il cinema e per la tv, trasmissioni radio e documentari. Abbiamo visto in scena spettacoli teatrali e concerti. Ognuno di questi medium ha chiaramente narrato o esposto gli eventi con le proprie specificità, variando dalla rigorosa analisi storiografica al coinvolgimento emotivo della memoria. Eppure, siamo ancora qui a interrogarci sulla scarsa consapevolezza o sulla mancata conoscenza della storia della Shoah da parte delle nuove generazioni; sulle nostre “insufficienze” nell’insegnamento o nella trasmissione della memoria dei suoi avvenimenti.

In questo panorama denso e variegato di pubblicazioni, così come nella riflessione a proposito di questo cogente problema della nostra società, trova una sua collocazione anche il lavoro di Davide Romanin Jacur, Kz lager, uscito l’anno scorso per Ronzani editore e che prova ad esprimere e raccogliere sensibilità diverse. Il volume scaturisce dall’esperienza biografica dell’autore, il quale ha compiuto nel corso degli ultimi anni moltissimi viaggi della memoria con il comune di Padova, accompagnando studenti o cittadini interessati a visitare lager e luoghi simbolo della Shoah. Da questa esperienza personale viene fuori un libro che racconta, attraverso sensazioni intime e senza provare a tralasciare il rigore dei fatti, 23 tra campi di sterminio, di concentramento, di lavoro e di raccolta. Come scrive l’autore nell’introduzione, ognuno di questi approfondimenti sui campi “è diviso in tre sezioni: collocazione del luogo e ciò che oggi si vede; cui segue – in carattere diverso, quasi una voce fuori campo – le esposizioni di nozioni storiche, quantitative o narrative che non sono mie, ma riprese da testi o siti disponibili (Wikipedia, Aned e qualche altro, dopo opportuna revisione), che ho soltanto riassunto, collegato e interpretato”; la terza parte è invece destinata al racconto privato, alle considerazioni e ai commenti di carattere divulgativo” indotti dalle visite. Accanto ai campi, l’autore aggiunge alcuni luoghi simbolo della storia della Shoah e delle persecuzioni durante gli anni del nazismo e dei fascismi in Europa. Luoghi che definisce come “connessi alla Shoah”, ma che si presentano come vere e proprie città-memoriali di quegli avvenimenti. Non manca infatti un approfondimento sullo Yad Vashem di Gerusalemme, che affida alla ricerca Chiara Saonara e alla professoressa Gigliola Bettelle.

L’intento didattico, connesso ai viaggi della memoria, è centrale nel volume di Romanin Jacur. Al di là della voglia di raccontare l’universo concentrazionario e i “luoghi connessi alla Shoah” con un taglio personale, nella narrazione sono altri elementi ad assumere uno spazio parimenti importante. Un lessico per raccontare e pensare la storia e la memoria della Shoah; un lungo percorso di riflessione e di preparazione che conduce alle visite nei lager, dove anche il pullman, mezzo di spostamento, è concepito come “una aula viaggiante”; Davide Romanin Jacur racchiude questo percorso in “principi fondanti dei ‘nostri’ viaggi ai campi di sterminio”. È centrale anche la voce dei protagonisti nel volume, attraverso “un campione selezionato delle restituzioni”, dove accanto alle istituzioni intervengono soprattutto gli studenti, con alcuni “testi scritti dopo il ritorno”. Tra le tante testimonianze coinvolgenti, a colpire è forse quella di una studentessa, che scrive al ritorno dal viaggio al campo di concentramento di Sachsenhausen:

Fare scuola oggi non può essere che confronto, comparazione, intercultura, apertura all’altro. Questo è il primo tesoro che portiamo a ‘casa’, nelle diverse scuole, nei diversi istituti, uniti in una volontà di ricerca nuova, radicata nell’osservazione e nella lettura delle testimonianze del passato, meravigliose o terribili che siano, e al contempo attenta al presente, alle sue ferite aperte. Conoscere insieme, conoscere in movimento, attraverso la molteplicità dei punti di vista, attivando il cuore e la mente, con emozioni e consapevolezze: ciò possa costruire una generazione nuova in grado di sanare tante attuali lacerazioni.

E allora è su questo che occorre soffermarsi in conclusione. Il senso. Se hanno un senso la didattica della Shoah, i viaggi della memoria, le lezioni e persino le testimonianze, esso risiede nel presente, nella nostra idea di mondo e – perché no – di futuro: è così che i ragazzi possono trovare un senso nella storia, negli avvenimenti del passato, e sentirla come un patrimonio che vivifica le nostre azioni. Altrimenti la memoria rischia di essere un esercizio vuoto, un “abuso”, per usare un’espressione di Todorov; ed è proprio ciò che il volume KZ lager prova a combattere. 

 

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